Violeta, la pittrice di Ayacucho

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La pintora de la comunidad de Sarhua

Quando Violeta mi fa entrare a casa sua, mi accorgo che non ci sono parti di parete senza le sue rappresentazioni pittoriche.

Acrilico, colori di terra, polvere di talco per creare le tavolette – las tablas de Sarhua – poste ovunque. Stoffe, cotone colorato, cappelli colorati e decorati dai fiori. I colori tipici della tradizione andina, in ogni posto della casa, anche nella pittura delle pareti.

Un po’ più in là, nel totale ticchettio di una macchina da cucire nera, vedo Gaudencia, sua madre, dal sorriso sereno come solo gli umani delle Ande hanno.

Madre e figlia, Gaudencia e Violeta, due artiste della comunità di Sarhua.

Una madre che porta avanti la tradizione della pittura come mezzo per raccontare l’identità di un popolo e le sue vicende. Una figlia che, dopo alcuni lavori in cui non riusciva a sentirsi se stessa, ritrova la sua strada, quella cominciata dal padre Juan Walberto Quispe, musicista e artista – fondatore della prima associazione di pittura a Lima – e radicata nelle braccia della madre Gaudencia Yupari.

Violeta mi porta con amore nel suo spazio. Mi mostra cosa sono las tablas de Sarhua: tavole lunghe e strette su cui vengono dipinte le scene degli eventi, le caratteristiche di una famiglia, dell’albero genealogico; è un regalo per una nuova famiglia che si forma, come buon augurio.

I suoi quadri surrealisti sono fatti di animali andini umanizzati, dipinti con un compromesso di colori che Violeta ha deciso di creare: «I colori della terra, purtroppo, sono opachi, così ho preso l’acrilico e ho provato a mescolarli, ottenendo il giusto composto, per cui io dipingo con qualcosa che si trova nel mezzo tra naturale e artificiale».

Tra le sue tablas, c’è la narrazione della pandemia del nuovo coronavirus; in ogni sequenza, è riportato ciò che accade nei paesi più colpiti, tra cui l’Italia, e la ferocia dei leader mondiali. Una tavoletta colpisce la mia attenzione: la Madre Terra offre la vita all’uomo, porgendogli una piantina, e di fronte, l’uomo inginocchiato ricambia con il virus leggiadro nei suoi palmi.

Violeta Quispe Yupari si dipinge in alcune sue tavolette che parlano di lotta al machismo; il mondo andino è maschilista e la figura della donna non ha ancora il giusto posto nella società.

Mi racconta, attraverso i suoi lavori, la sua partecipazione alla protesta Un violador en tu camino, cominciata dal collettivo femminista cileno Lastesis, e diffusasi in tutto il mondo.

Quando vado via da casa sua, Violeta mi saluta con delle benedizioni in quechua, la lingua che venti anni fa, quando era adolescente, era bersaglio di insulti razziali che sapevano ancora di colonialismo.

Proseguo il mio viaggio e non smetto di fare dei parallelismi con la pittrice messicana Frida Kahlo: trovo molti elementi comuni, una potenza di contenuti, la lotta al maschilismo come ragione di vita, che naturalmente è radicata nella esistenza della donna – Violeta – che oggi ha trent’anni.

L’autoritratto.

Se è vero che ogni secolo ha i suoi rappresentanti, spero che la letteratura artistica scriverà di Violeta Quispe Yupari de Sarhua.

 

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